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I DIECI COMANDAMENTI

 "Io Sono il Signore Dio tuo"

1   Non Avrai Altro Dio Fuori Di Me.

2   Non nominare il nome di Dio invano.

3   Ricordati di santificare le feste.

4   Onora il padre e la madre.

5   Non uccidere.

6   Non commettere atti impuri.

7   Non rubare.

8   Non dire falsa testimonianza.

9   Non desiderare la donna d'altri.

10 Non desiderare la roba d'altri.

 

1° Comandamento:
NON AVRAI ALTRO DIO FUORI DI ME

«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo, né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai» (Es 20,2-5). Sta scritto: «Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto» (Mt 4,10). II primo comandamento "Non avrai altro dio fuori di me" esige l'adorazione esclusiva dell'unico vero Dio. Risultano in contrasto con esso l'ateismo, l'agnosticismo, l'indifferenza religiosa, l'idolatria, il satanismo e la superstizione. Quest'ultima assume forme diversissime: si va dall'efficacia quasi magica attribuita a oggetti sacri e a formule e riti seguiti con scrupolosa esattezza, alle vane osservanze dei segni di fortuna e sfortuna, agli oroscopi, allo spiritismo, alla magia vera e propria. La superstizione a volte è un disordine grave a volte leggero, ma è sempre contraria alla fede e alla sana ragione. Le vie oneste per realizzare i nostri desideri sono quelle che Dio ci ha dato: le risorse naturali della scienza e della tecnica e la risorsa soprannaturale della preghiera. Ricorrere alle forze occulte o pretendere di catturare automaticamente a proprio vantaggio la potenza divina significa ricadere nell'antica tentazione di essere come Dio, cedere alla sete di potere ad ogni costo, in radicale antitesi con l'umile e fiducioso abbandono del credente alla volontà del Padre.

LA FEDE – Il primo comandamento ci richiede di nutrire e custodire la nostra fede con prudenza e vigilanza e di respingere tutto ciò che le è contrario. Ci sono diversi modi di peccare contro la fede:
• Il dubbio volontario circa la fede trascura o rifiuta di ritenere per vero ciò che Dio ha rivelato e che la Chiesa ci propone a credere. Il dubbio involontario indica l'esitazione a credere, la difficoltà nel superare le obiezioni legate alla fede, oppure anche l'ansia causata dalla sua oscurità. Se viene deliberatamente coltivato, il dubbio può condurre all'accecamento dello spirito.
• L'incredulità è la noncuranza della verità rivelata o il rifiuto volontario di dare ad essa il proprio assenso. Viene detta eresia l'ostinata negazione, dopo aver ricevuto il Battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa; apostasia, il ripudio totale della fede cristiana; scisma, il rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice o della comunione con i membri della Chiesa a lui soggetti.
Il primo comandamento di Dio condanna anche i principali peccati di irreligione: l'azione di tentare Dio, con parole o atti, il sacrilegio e la simonia.

ATEISMO E AGNOSTICISMO – Per il fatto che respinge o rifiuta l'esistenza di Dio, l'ateismo è un peccato contro la virtù della religione. L'imputabilità di questa colpa può essere fortemente attenuata dalle intenzioni e dalle circostanze. Alla genesi e alla diffusione dell'ateismo «possono contribuire non poco i credenti, in quanto per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione fallace della dottrina, o anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione». (Gaudium et Spes, 19) Il termine ateismo indica fenomeni molto diversi. Una forma frequente di esso è il materialismo pratico, che racchiude i suoi bisogni e le sue ambizioni entro i confini dello spazio e del tempo. L'umanesimo ateo ritiene falsamente che l'uomo «sia fine a se stesso, unico artefice e demiurgo della propria storia» (Gaudium et Spes, 20). Un'altra forma dell'ateismo contemporaneo si aspetta la liberazione dell'uomo da una liberazione economica e sociale, alla quale «si pretende che la religione sia di ostacolo, per natura sua, in quanto, elevando la speranza dell'uomo verso una vita futura e fallace, lo distoglierebbe dall'edificazione della città terrena» (Gaudium et Spes, 20).
L'agnosticismo assume parecchie forme. In certi casi l'agnostico si rifiuta di negare Dio; ammette invece l'esistenza di un essere trascendente che non potrebbe rivelarsi e di cui nessuno sarebbe in grado di dire niente. In altri casi l'agnostico non si pronuncia sull'esistenza di Dio, dichiarando che è impossibile provarla, così come è impossibile ammetterla o negarla. L'agnosticismo può talvolta racchiudere una certa ricerca di Dio, ma può anche costituire un indifferentismo, una fuga davanti al problema ultimo dell'esistenza e un torpore della coscienza morale. Troppo spesso l'agnosticismo equivale a un ateismo pratico.

SUPERSTIZIONE E IDOLATRIA – Il primo comandamento vieta di onorare altri dèi, all'infuori dell'unico Signore che si è rivelato al suo popolo. Proibisce la superstizione e l'irreligione. La superstizione è la deviazione del sentimento religioso e delle pratiche che esso impone. Può anche presentarsi mascherata sotto il culto che rendiamo al vero Dio, per esempio, quando si attribuisce un'importanza in qualche misura magica a certe pratiche, peraltro legittime o necessarie. Attribuire alla sola materialità delle preghiere o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione. L'idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo ma rimane una costante tentazione della fede. Essa consiste nel divinizzare ciò che non è Dio. C'è idolatria quando l'uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dèi o dei demoni (per esempio il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello Stato, del denaro. L'idolatria respinge l'unica Signoria di Dio; perciò è incompatibile con la comunione divina.

DIVINAZIONE E MAGIA – Dio può rivelare l'avvenire ai suoi profeti o ad altri santi. Tuttavia il giusto atteggiamento cristiano consiste nell'abbandonarsi con fiducia nelle mani della provvidenza per ciò che concerne il futuro e a rifuggire da ogni curiosità malsana a questo riguardo. L'imprevidenza può costituire una mancanza di responsabilità. Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che svelino l'avvenire. La consultazione degli oroscopi, l'astrologia, la chiromanzia, l'interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium manifestano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l'onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo. Tutte le pratiche di magia e di stregoneria con le quali si pretende di sottomettere le potenze occulte per porle al proprio servizio ed ottenere un potere soprannaturale sul prossimo – fosse anche per procurargli la salute – sono gravemente contrarie alla virtù della religione. Tali pratiche sono ancora più da condannare quando si accompagnano ad una intenzione di nuocere ad altri o quando in esse si ricorre all'intervento dei demoni. Anche portare amuleti è biasimevole. Lo spiritismo spesso implica pratiche divinatorie o magiche. Pure da esso la Chiesa mette in guardia i fedeli.

IL CULTO DELLE IMMAGINI – L'ingiunzione divina «Non ti farai alcuna immagine scolpita...» comportava il divieto di qualsiasi rappresentazione di Dio fatta dalla mano dell'uomo. Tuttavia, fin dall'Antico Testamento, Dio ha ordinato o permesso di fare immagini che simbolicamente conducessero alla salvezza operata dal Verbo incarnato. Fondandosi sul mistero del Verbo incarnato, il settimo Concilio ecumenico, a Nicea (nel 787), ha giustificato, contro gli iconoclasti, il culto delle icone: quelle di Cristo, ma anche quelle della Madre di Dio, degli angeli e di tutti i santi. Incarnandosi, il Figlio di Dio ha inaugurato una nuova "economia" delle immagini. Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, l'onore reso ad un'immagine appartiene a chi vi è rappresentato, e «chi venera l'immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto» (Concilio di Nicea, Definitio de sacris imaginibus). L'onore tributato alle sacre immagini è dunque una «venerazione rispettosa», non un'adorazione che conviene solo a Dio: «Gli atti di culto non sono rivolti alle immagini considerate in se stesse, ma in quanto servono a raffigurare il Dio incarnato. Ora, il moto che si volge all'immagine in quanto immagine, non si ferma su di essa, ma tende alla realtà che essa rappresenta» (San Tommaso d'Aquino).

2° Comandamento:
NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO

«Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio» (Es 20,7)

«Fu detto agli antichi: "Non spergiurare" [...]. Ma io vi dico: Non giurate affatto» (Mt 5,33-34)

Il secondo comandamento "Non nominare il nome di Dio invano"' prescrive il rispetto del nome santo di Dio e il silenzio adorante davanti al mistero. Contraddicono questo atteggiamento: la bestemmia, che è abuso della parola con un oltraggio diretto; il sacrilegio, con cui si trattano indegnamente persone, luoghi e oggetti sacri; il giuramento falso, che fa di Dio il garante di una menzogna; ogni discorso presuntuoso su Dio.

IL NOME DEL SIGNORE È SANTO – Il secondo comandamento prescrive di rispettare il nome del Signore e proibisce l'abuso del nome di Dio, cioè ogni uso sconveniente del nome di Dio, di Gesù Cristo, della Vergine Maria e di tutti i santi. La bestemmia si oppone direttamente al secondo comandamento. Consiste nel proferire contro Dio – interiormente o esteriormente – parole di odio, di rimprovero, di sfida, nel parlare male di Dio, nel mancare di rispetto verso di lui nei propositi, nell'abusare del nome di Dio. La proibizione della bestemmia si estende alle parole contro la Chiesa di Cristo, i santi, le cose sacre. È blasfemo anche ricorrere al nome di Dio per mascherare pratiche criminali, ridurre popoli in schiavitù, torturare o mettere a morte. L'abuso del nome di Dio per commettere un crimine provoca il rigetto della religione. Le SS tedesche, durante la Seconda guerra mondiale, dicevano "Goff mit uns", cioè "Dio è con noi". Anche oggi, allo stesso modo, ci sono persone che usano il nome di Dio per dare lustro al proprio esercito e che, addirittura, uccidono in nome di Dio. A questo proposito Papa Giovanni Paolo II, in occasione della Giornata Mondiale per la Pace del 2002, scriveva: «A ben guardare il terrorismo strumentalizza non solo l'uomo, ma anche Dio, finendo per farne un idolo di cui si serve per i propri scopi. Nessun responsabile delle religioni, pertanto, può avere indulgenza verso il terrorismo e, ancor meno, lo può predicare. È profanazione della religione proclamarsi terroristi in nome di Dio, far violenza all'uomo in nome di Dio».

FALSO GIURAMENTO – Il secondo comandamento proibisce il falso giuramento. Fare promessa solenne o giurare è prendere Dio come testimone di ciò che si afferma. Astenersi dal falso giuramento è un dovere verso Dio. Come Creatore e Signore, Dio è la norma di ogni verità. La parola umana è in accordo con Dio oppure in opposizione a lui che è la stessa verità. Quando il giuramento è veridico e legittimo, mette in luce il rapporto della parola umana con la verità di Dio. Il giuramento falso chiama Dio ad essere testimone di una menzogna. È spergiuro colui che, sotto giuramento, fa una promessa con l'intenzione di non mantenerla, o che, dopo aver promesso sotto giuramento, non vi si attiene. Lo spergiuro costituisce una grave mancanza di rispetto verso il Signore di ogni parola. Impegnarsi con giuramento a compiere un'opera cattiva è contrario alla santità del nome divino. La santità del nome divino esige che non si faccia ricorso ad esso per cose futili e che non si presti giuramento in quelle circostanze in cui esso potrebbe essere interpretato come un'approvazione del potere da cui ingiustamente venisse richiesto. Quando il giuramento è esigito da autorità civili illegittime, può essere rifiutato. Deve esserlo allorché è richiesto per fini contrari alla dignità delle persone o alla comunione ecclesiale.

IL NOME CRISTIANO – Nel Battesimo il nome del Signore santifica l'uomo e il cristiano riceve il proprio nome nella Chiesa. Può essere il nome di un santo, cioè di un discepolo che ha vissuto con esemplare fedeltà al suo Signore. Il patrocinio del santo offre un modello di carità ed assicura la sua intercessione. Il nome di ogni uomo è sacro. Il nome di ogni uomo è sacro. Il nome è l'icona della persona. Esige il rispetto, come segno della dignità di colui che lo porta.
 

3° Comandamento:
RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

Come giorno festivo, gli Ebrei osservavano il sabato, e questo giorno veniva dedicato interamente al culto del Signore, astenendosi da qualsiasi lavoro. Per i cristiani il giorno di festa è la domenica: Gesù è risorto "il primo giorno dopo il sabato". La domenica, giorno in cui si celebra l'Eucaristia, è dunque per i cristiani il primo giorno della settimana. Nella comunità cristiana delle origini non era molto chiaro quale fosse il giorno da dedicare al Signore: i cristiani di origine ebraica continuavano ad osservare il sabato, quelli provenienti dai popoli pagani consideravano giorno di culto e di riposo i giorni che nei loro ambienti erano ritenuti tali dalla tradizione e dalla consuetudine. Fu l'imperatore Costantino, nel secolo IV, che dichiarò il Cristianesimo religione ufficiale dell'impero Romano e stabilì la domenica quale giorno di culto e di riposo: da allora i cristiani riferirono con naturalezza la terza delle Dieci Parole della Legge alla domenica cristiana e alla celebrazione dell'Eucaristia. Nel libro del Deuteronomio 5,12-15 si dice che il sabato va osservato perché ricorda la liberazione dalla schiavitù d'Egitto, ossia dallo sfruttamento da parte degli Egiziani del lavoro compiuto dagli Ebrei. Celebrare il sabato per ii fedele ebreo significa proclamare che la vita davanti a Dio è una vita umana, liberata.

OSSERVARE IL RIPOSO DAL LAVORO – Perché si deve riposare un giorno la settimana? Per essere e per sentirci più uomini e non macchine, né schiavi, né bestie. Il lavoro è fatto per l'uomo e non l'uomo per il lavoro. Se gli uomini sapessero riposare come vuole Dio, ci sarebbero anche meno malattie nervose e stress. Il riposo domenicale offre l'occasione per meditare le letture ascoltate in chiesa durante la Messa, per stare più tempo in famiglia, per vivere la carità. Ma basta andare a Messa perché sia davvero il giorno del Signore, il giorno a Lui dedicato?

LA DOMENICA È GIORNO DI FESTA – La Messa è certamente il polmone della domenica, il culmine e la fonte di tutte le attività che ne fanno il preludio e l'assaggio della domenica senza tramonto. È necessario fare di tutto affinché questo non sia vero solo nelle prediche e nei documenti, ma nella vita. A questo scopo è necessario sottrarre al più presto la messa dalla categoria del precetto e del dovere, per riportarla al suo significato vero: il dono del Signore Gesù ai suoi discepoli. «Questo è il mio corpo che è dato per voi, questo è il mio sangue versato per voi», dice Gesù. Non: «Questo mi dovete portare come sacrificio». Purtroppo, con la storia del precetto, è stato capovolto tutto. I cristiani offrono la messa a Dio come i pagani offrivano il vitello a Giove, per mettersi in regola davanti a lui, per evitare le sue ire, per assicurarsi favori, per suffragare i defunti. Ora, cosa succede con un obbligo? Che fatalmente lo si dà con il cuore al minimo, alla sbrigativa, con la sensazione di avere fatto un favore. Questo significa ammazzare la Messa. Per essere veramente culmine e fonte del giorno del Signore la Messa deve tornare a essere l'incontro gioioso delle sorelle e dei fratelli con il loro Signore che, come ai discepoli di Emmaus, con la sua parola fa ardere il loro cuore e con il suo corpo ridona loro la carica per ripartire verso Gerusalemme. I cristiani devono sentire, anche come sensazione, che alla domenica vanno a ricevere un dono. Perché a ricevere un dono si va con il cuore aperto, pronti a ricambiare. La Messa dovrà quanto prima tornare a essere il momento celebrativo in cui i discepoli di Gesù che hanno messo in opera segni di carità, di gratuità, di festa, di segnali di domenica senza tramonto, si ritrovano intorno al loro Signore per ricevere con gioia illuminazione, conforto ed energie nuove. Senza questo rinnovamento, si assisterà, nonostante le prediche e le reprimende, a una crescente fuga dalla messa soprattutto da parte di coloro che ormai non sentono più il richiamo del dovere, ma, per cultura e mentalità, accettano soltanto ciò di cui sono convinti, e da cui traggono effettivo giovamento.

RICONOSCERE LA SIGNORIA DI DIO SUL TEMPO – La Domenica è nata come giorno in cui fare memoria della risurrezione di Gesù, avvenuta appunto "il primo giorno dopo il sabato" come riferiscono i vangeli. I cristiani avvertirono subito che tale giorno doveva essere festeggiato settimanalmente: lo chiamarono "domenica" ossia "giorno del Signore" (dal latino "dominus dei") e intendevano dire "del Signore risorto". La domenica di Pasqua ha dato origine a tutte le domeniche. Quale collegamento c'è oggi tra la festa della domenica e la celebrazione della Messa? Ossia, perché andare a Messa la domenica è un "precetto"? Diciamo subito che tutti giorni sono adatti a celebrare la Messa. Ma il migliore di tutti è la domenica in quanto ricorda la Pasqua di Gesù e la Messa – appunto – rende presente questa Pasqua, rendendo presente Gesù stesso. Ecco un episodio emblematico accaduto nell'Africa settentrionale nel 304. Nella città di Abitinia, nonostante il divieto dell'imperatore, un gruppo di cristiani si era radunato in una casa per celebrare la Messa. Sorpresi e incarcerati, furono condannati: erano 44 persone. Al giudice che chiedeva loro per quale motivo avessero violato la legge dell'imperatore, riposero: "Perché la domenica noi non possiamo restare senza la Messa".

RECUPERARE LA GIOIA DELLA VITA – Gli antichi cristiani dicevano che la domenica "è un giorno che noi dobbiamo trascorrere nella gioia". Per questo la domenica, pregando, non digiunavano né si inginocchiavano. La domenica è giorno di festa e per questo la Chiesa la definisce "giorno della comunità e della famiglia". Che festa sarebbe, infatti, senza qualcuno con cui condividere il tempo e la gioia? Se la domenica fosse solo il giorno in cui ci si alza tardi, si infila una vecchia tuta e si passa tutto il pomeriggio davanti alla tv a fare zapping, ci sarebbe ben poco di festa. C'è festa solo nell'incontrarsi con gli altri. Per questo la Chiesa invita a recuperare le diverse espressioni della gioia domenicale: gli incontri attorno alla mensa, le passeggiate dei genitori coi figli, e sul piano parrocchiale qualche pellegrinaggio o qualche festa in oratorio. Tutto questo, ha detto il cardinale Colombo, "può incrementare la gioia dello spirito e lo stare insieme dei membri della stessa famiglia e della stessa comunità".

VIVERE LA CARITÁ – Se qualcuno, pensando alla domenica, dicesse: "ecco una giornata tutta per me", dimostrerebbe di averne smarrito il senso cristiano. La domenica ricorda e attualizza il più grande atto di carità compiuto dal Signore Gesù, la sua morte e risurrezione. Il significato cristiano della domenica, allora, è autenticamente compreso da chi si mostra attento alla tristezza, alla solitudine e alla sofferenza dell'altro. Ascoltare con calma il figlio, conversare a cuore aperto con i propri genitori, passare del tempo con i nonni, andare a trovare un amico, confortare un ammalato, scrivere una lettera a chi è lontano da casa, collaborare a una buona iniziativa, visitare il cimitero pregando per i morti... tutto questo è vivere la domenica in modo cristiano.
 

4° Comandamento:
ONORA IL PADRE E LA MADRE

Il significato di questo comandamento è racchiuso nel termine "onorare", che in ebraico esprime vari concetti. Il brano dei libro del Siracide 3,2-6.7-8.11-14, che si legge in occasione della Festa della Sacra Famiglia, può essere considerato un valido commento: "Il Signore vuole che il padre sia onorato dai figli, ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi rispetta il padre espia i peccati e chi onora la madre accumula tesori".

I DOVERI DEI FIGLI VERSO I GENITORI – II verbo "onorare" racchiude molti significati: obbedire, rispettare, aiutare, dare importanza, affetto e spazio. Tante volte i genitori sono gli ultimi a venire a sapere alcune cose che i loro figli hanno fatto. Questo capita perché spesso i figli in casa hanno un atteggiamento totalmente diverso da quello che tengono fuori casa. Ancora più spesso accade che il dialogo tra figli e genitori si riduca a una serie di grugniti o di frasi di servizio, a volte è invece colpa dei genitori, troppo presi dal lavoro per dedicare tempo ai figli, altre volte ancora è colpa dei figli, che si chiudono a riccio e rifiutano qualsiasi dialogo con i genitori. Se però i figli non dialogano con i genitori, questi finiscono per fare i "carabinieri" dei loro figli. Dialogare significa anche conquistare la fiducia dei genitori e ciò è possibile innanzitutto mantenendo la parola data. Pensiamo ai nostri nonni, e alle persone anziane: quale importanza gli diamo? Pensate a quante esperienze hanno vissuto, quanti cambiamenti hanno visto! Ascoltarli, farsi consigliare, discutere con loro, fa sempre bene. Eppure essi ci danno fastidio perché ripetono sempre le stesse cose, che non ci interessano, e vengono emarginati nelle case di riposo. Una volta avevamo meno, ma non esistevano gli ospizi; i nostri nonni non avrebbero mai pensato di mandare i loro nonni all'ospizio, anzi...

I DOVERI DEI GENITORI VERSO I FIGLI – II libro del Siracide però ricorda anche alcuni doveri dei genitori verso i figli. Per svolgere il proprio ruolo educativo di genitori occorre innanzitutto essere fedeli al Vangelo: purtroppo però tanti genitori oggi seguono molto di più le mode, solo per essere al passo coi tempi, compiendo così scelte per nulla educative verso i figli. È educativo che i figli abbiano tanti soldi in tasca? I figli vanno al lavoro e non contribuiscono con il loro stipendio alle spese della famiglia, ma lo tengono per sé: è giusto? In questo modo educo mio figlio a sentirsi parte integrante della famiglia oppure lo educo a considerare la famiglia come un albergo?

5° Comandamento:
NON UCCIDERE

Questo quinto comandamento non proibisce qualsiasi uccisione della vita umana, ma l'uccisione volontaria e di propria iniziativa. Quando la frase è stata scritta, infatti, gli Ebrei, secondo la loro cultura, ammettevano la pena di morte, le stragi di guerra e l'uccisione per vendetta secondo la legge del taglione, sulla base del principio formulato in Genesi 9,6: "Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché a immagine di Dio egli ha fatto l'uomo". Come dice il biblista Gianfranco Ravasi, il verbo usato in questa frase "suggerisce un'azione violenta su una persona priva di difesa". In Esodo 23,7 è scritto: "Non far morire l'innocente e il giusto". Proprio basandosi sulla distinzione tra chi uccide per propria iniziativa e chi è costretto a uccidere per difendersi da una minaccia, tra chi uccide un innocente e chi si difende da qualcuno che può nuocere, la Chiesa ammette che in alcuni casi particolarmente gravi è possibile anche (ma non necessario) ricorrere alla guerra.

LA VITA UMANA È SACRA – La Chiesa rifiuta la guerra come strumento per soluzione delle tensioni e dei conflitti, invita ad abbandonare la corsa agli armamenti e a regolamentare con leggi severe il commercio delle armi, si adopera poiché gli squilibri di carattere economico e sociale, che minacciano la pace, vengano al più presto eliminati, chiede agli uomini la giustizia e il coraggio del perdono, e implora da Dio il dono della pace. Essere coerenti con questo comandamento significa prendere delle posizioni precise dinnanzi a molti temi di scottante attualità: guerra, pena di morte, aborto, eutanasia, legittima difesa. Il principio fondamentale su cui si basa la Chiesa è uno solo: "La vita umana è sacra (...). Solo Dio è il Signore delle vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente" (→ Donum vitae).

LA PENA DI MORTE – In Italia e nel mondo sono sempre di più le persone favorevoli alla pena di morte per i delitti più gravi: omicidi, stragi, pedofilia. Il senso di questo comandamento però la vieta decisamente, perché l'uomo, ogni uomo è immagine di Dio. E ciò non vale solo per chi è ucciso, ma anche per l'assassino, persino per colui che uccide a sangue freddo, come il terrorista. Caino ha fatto un gesto crudele, che non ha scuse: ha ucciso suo fratello Abele, che non aveva nessuna colpa. Dio cerca Caino e gli chiede di suo fratello, gli fa assumere le sue responsabilità e lo condanna: ma pone un segno sulla fronte di Caino perché nessuno, incontrandolo, vendichi Abele e lo uccida. Per questo oggi un'importante associazione che lotta contro la pena di morte si chiama "Nessuno tocchi Caino". Secondo i dati raccolti da questa associazione, nel 2003 sono state eseguite 5599 condanne a morte. L'89,3% sono state in Cina, dove possono essere puniti con la pena di morte ben 68 reati, tra cui anche il furto e l'avvelenamento del bestiame. Nel mondo sono 63 i paesi in cui ancora vige la pena di morte, di cui 48 sono governati da regimi dittatoriali o autoritari Gli Stati Uniti hanno eseguito 65 condanne, il numero più basso dal 1993: anche lì infatti l'opinione pubblica sta diventando più critica, osservando come spesso i condannati a morte sono neri, poveri, ignoranti, persone che non hanno i soldi per pagarsi un buon avvocato. Altri due dati sono positivi. Il primo è che in India dal 1999 non è stata eseguita nessuna condanna perché nessuno ha più accettato di fare il boia. ll secondo è che in Africa sono state eseguite solo 17 condanne perché sono sempre meno gli Stati ce ammettono la pena di morte: questo significa che quando verrà ripresentata all'ONU la proposta di moratoria planetaria della condanna a morte, saranno molti di più gli Stati che voteranno a favore.

CONDANNARE L'ERRORE NON LA PERSONA – Certamente lo Stato deve difendere i cittadini e impedire ai criminali di nuocere alla società, ma nessuno può leggere nella coscienza di queste persone e decidere se meritano o no di vivere. In questo ci viene in aiuto il noto brano evangelico: una donna adultera, colpevole secondo la legge, stava per essere lapidata. Cosa disse Gesù? "Chi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei" (Gv 8,7). Solo a Dio spetta il giudizio definitivo perché solo lui "conosce i cuori degli uomini". Solo Dio è padrone e Signore della vita: nessun giudice, nessuna corte, nessun tribunale può prendersi questo diritto. Noi cristiani crediamo che anche nell'uomo più cattivo c'è la possibilità dì redenzione, cioè di rivedere il proprio operato e di cambiare vita: tutto ciò nonostante le apparenze e il passato. La pena non è una vendetta, ma un atto di giustizia: deve riparare al disordine introdotto dall'ingiustizia e dalla violenza, ha valore di espiazione e di correzione, e non deve mai andare contro la dignità umana. Anche chi si è macchiato del peggiore delitto, infatti, non è una "bestia": resta una "persona". Papa Giovanni XXIII diceva: "Si condanna l'errore, non chi l'ha commesso". Cioè: è doveroso condannare il male, perché altrimenti bene e male diventerebbero presto equivalenti, ma alla persona deve sempre essere concessa una possibilità di riscatto. Oggi gli strumenti tecnologici a disposizione e l'organizzazione delle carceri rendono sempre più facile garantire che un criminale non possa nuocere alla società: per questo motivo, anche da un punto di vista esclusivamente laico, la necessità di ricorrere alla pena di morte è diventata inesistente.
 

6° Comandamento:
NON COMMETTERE ATTI IMPURI

Il 6° comandamento, riletto alla luce del Vangelo, vuole i insegnarci che c'è un modo onesto e buono di vivere la propria sessualità e un modo invece sbagliato che mortifica la nostra umanità. La fede ci aiuta a capire che la corporeità, e quindi anche la dimensione della sessualità, è cosa buona perché creata da Dio. Dunque la Chiesa, nel trasmettere il suo insegnamento morale, non ha alcuna paura, né alcun desiderio di repressione ma vuole semplicemente aiutare ogni uomo a vivere bene, e soprattutto a vivere liberamente, la sua sessualità, in conformità alla verità che è chiamato a riconoscere e ad amare. Ciò che il Vangelo, e la Chiesa che riflette costantemente su di essa sono indicazioni. Il 6° comandamento non è dunque da vivere come una proibizione o un divieto da infrangere, ma piuttosto come segnali che indicano quali sono i "sentieri" da percorrere.

ACCETTAZIONE CORPOREA – I cambiamenti della pubertà si vivono e si vedono in modo forte principalmente nel corpo, nella sua anatomia e fisiologia. Il corpo esprime i passaggi della crescita, dall'infanzia all'adolescenza e da questa all'età adulta, ed è spesso proprio nel corpo che si esprimono i disagi e le tensioni della maturazione generale e sessuale. Il corpo è anche lo strumento ed il veicolo attraverso il quale si esprimono agli altri i nostri sentimenti ed affetti. Esso fa parte di noi stessi, non deve essere usato o trattato come una macchina per raggiungere qualche scopo particolare, ma come una dimensione fondamentale da conoscere e integrare nella nuova identità di persona sessuata che nasce e si definisce durante l'adolescenza.

1. PORNOGRAFIA – Sembra abbastanza dilagante soprattutto nei più giovani e pare determinata da un desiderio di curiosità suscitato più che altro dal confronto con amici e coetanei. Noi vogliamo concentrarci su una valutazione morale di quanto va sotto il nome diquesto fenomeno, ancora vogliamo dire perché bisogna astenersi da tutto questo. Il perché è semplice: nella produzione pornografica l'uomo e la donna sono 'oggettivati', vale a dire che viene offerto solo un surrogato consumistico dell'essere umano. In questa maniera la curiosità produce una integrazione con l'uomo-cosa, da donna-cosa, e non con l'uomo/donna come essere personale. Essa produce comportamenti sessuali standardizzati e stereotipi che sono ben lontani da quel linguaggio di amore che la capacità di amare che è insita nelle persone dovrebbe invece arrivare ad offrire. La pornografica costruisce solo I'idea di un maschio consumatore del sesso che tiene conto solo delle sue emozioni e dei suoi desideri. Così è svilita I'immagine della donna che non viene presa in considerazione nel suo essere persona e nella sua dinamica affettiva. Il giudizio morale dunque è il seguente: la pornografica non aiuta il soggetto a sviluppare quella capacità di amore per cui è stata creata. Inoltre essa attenua i confini tra illecito e lecito e in conclusione lascia in una profonda solitudine da cui poi è difficile uscire.

2. MASTURBAZIONE – Anche questo pare un comportamento assai diffuso negli adolescenti fino alla seconda adolescenza. Quale valutazione morale dobbiamo dare a questo fenomeno? Possiamo dire che essa va valutata come una delle fasi di appropriazione della propria identità sessuale. Ovvero: è una fase di passaggio che molti sperimentano e che deve però portare verso una maturità molto più ampia e profonda. Il fenomeno va valutato non solo nella materialità dell'atto ma anche in relazione al vissuto psicologico che ne è sotteso, ovvero a quella parte di pensieri disordinati che lo sostengono. Se questo fenomeno è transitorio occorre allora affermare che dovrebbe entro la fine dell'adolescenza trovare la sua composizione, e lasciare spazio ad una visione della sessualità molto più motivata e autentica. Il giudizio morale rimane comunque quello di un atto erroneo in guanto atto egoistico, che manifesta il ripiegamento su di sé di una persona che è così poco capace di amare, tanto da rifugiarsi in una ricerca di piacere che è illusoria. Se la sessualità è dialogo e il linguaggio sessuale è la massima modalità per esprimere gli affetti di una persona, appare chiaro che il comportamento autoerotico è la negazione di tutto questo. Un esempio: il linguaggio verbale serve per comunicare con altre persone. La masturbazione può essere paragonata a uno che parla da solo, senza possibilità di entrare in connessione con altri. Ecco perché questo comportamento deve essere integrato al più presto in una visione più matura e responsabile.

3. MASTURBAZIONE RECIPROCA – Questo è un problema che generalmente appare nella seconda adolescenza, dai 16 anni in avanti, ed è uno di quei comportamenti che si cerca con la ragazza o il ragazzo verso la quale si prova un certo affetto e si è in qualche modo attratti. Quando nasce questa amicizia particolare nasce il problema di come manifestare questo amore e quindi di scoprire quali sono anche le manifestazioni corrette di questi sentimenti. Pare che il linguaggio non basti, e allora si cercano dei gesti, un abbraccio, un bacio e poi inevitabilmente il discorso cade sul tema del sesso. Qui bisogna fare attenzione perché vale tutto quello già detto prima, e si vede dove porta un comportamento che non è preso per tempo e non è considerato nella sua gravità. Cosa accade dunque? La ricerca di piacere porta ad un reciproco "svelare" il corpo dell'altro, ad un progressivo "toccare", che si dirige verso le parti sessuali dell'altro. Il comportamento a cui si giunge è la soddisfazione della propria ricerca di piacere proprio tramite l'appropriazione dell'altro. Spesso non si avverte che questo comportamento è erroneo perché uno pensa di vivere la propria sessualità non ripiegato su se stesso ma proteso verso l'altro. Ma attenzione: questo modo di vivere la sessualità non è affatto un dialogo. È solo un vivere gesti che non traducono affatto quei sentimenti di amore che possono esserci. La sessualità serve per dare all'altro il dono completo, reciproco, personale. Ecco perché ha senso in una situazione stabile come il matrimonio, perché in questa situazione si compie quella unione che è significata da una comunione di vita che lì si manifesta. Veramente si ha la possibilità di affermare che il marito è per la moglie e viceversa. Nel rapporto tra adolescenti manca questa stabilità e non si vuole significare la profondità di questo scambio tanto appunto che non si giunge all'atto sessuale, ma solo a qualcosa che permette di provare sensazioni di piacere. In questo comportamento dunque non è manifestato neppure lontanamente l'amore che si dovrebbe vedere e che dovrebbe essere scambiato: ci si appropria piuttosto dell'altro. Teniamo poi presente il carattere di estrema mutevolezza di queste relazioni. Alla fine uno deve chiedersi: di chi sono stato, e cosa è stato di chi si è appropriato di me e del mio corpo? E cosa faccio io dell'altro?

4. RAPPORTI MATRIMONIALI – A questo andrebbero aggiunti ovviamente i rapporti prematrimoniali che non rientrano nell'ottica morale cristiana. Se il fidanzamento è un periodo di verifica e di prova, non è possibile accettare una donazione totale e completa di sé e, viceversa, non è possibile riceverlo dall'altro. Totalità e complementarietà contrastano non poco con la provvisorietà del fidanzamento stesso. A maggior ragione non possiamo moralmente accettare i rapporti sessuali occasionali, dove addirittura viene a mancare un minimo contesto di affetto e di amore...
 

7° Comandamento:
NON RUBARE

In lingua ebraica il verbo qui usato non significa soltanto "rubare", ma possiede un senso più ampio: "portar via", cioè rubare, rapire, ingannare. Nel libro del Deuteronomio è scritto: "Se un uomo rapisce uno dei suoi fratelli tra i figli d'Israele e agisce dispoticamente contro di lui e lo vende come schiavo, tale ladro morirà. Così sterminerai il male in mezzo a te"(Pt 24,7). Questo comandamento intende innanzitutto difendere la persona e il diritto a quella proprietà fondamentale che è la libertà personale. Un uomo non può essere venduto come se fosse una merce o una cosa. Gli Ebrei erano talmente convinti del valore delia libertà personale che ogni sette anni se una persona fosse stata costretta a vivere come schiavo presso un altro, il suo parente più prossimo aveva il dovere di pagare il riscatto per liberarlo.

CERCARE LA GIUSTIZIA – Dalla esigenza di tutelare la libertà della persona, deriva il senso comune della settima parola: non rubare, ma rispetta la proprietà dell'altro. Per la Bibbia la proprietà privata è una realtà buona e necessaria affinché l'uomo si realizzi sempre più. Infatti l'uomo esprime sé stesso anche attraverso la proprietà: dal modo in cui spendiamo il denaro noi facciamo vedere chi siamo, che cosa ci interessa, che cosa troviamo bello, che cosa ci appare pregevole e capace di riempire la nostra vita di significato. Si potrebbe perciò tradurre così il settimo comandamento in un linguaggio moderno: "non distruggere ciò che un uomo ha costruito perché in questo caso distruggi una parte di lui" (Otto Hermann Pesch, I dieci comandamenti, Queriniana). Non occorre eliminare la proprietà privata come se fosse di per sé negativa. Bisogna però evitare che vi siano abusi di proprietà privata, cioè che alcuni posseggano molto ed altri molto poco. I beni che si possiedono non vanno accumulati per sé, ma indirizzati al bene comune e spesi perché la vita di tutti diventi migliore. Oggi nel mondo ci sono moltissimi squilibri nella distribuzione delle ricchezze, e questa ingiustizia è la minaccia più grave alla pace. Meno del 20% della popolazione del mondo consuma più dell'80% delle ricchezze. Quasi 4 miliardi di persone vivono in povertà assoluta, con meno di 1 euro al giorno, mentre i 200 uomini più ricchi della terra detengono complessivamente il 41 % della ricchezza mondiale. E noi? Ogni cittadino dei paesi membri dell'ONU contribuisce ogni anno ai progetti dì sostegno ai paesi in via di sviluppo con una cifra pari a due caffè. E pensare che se l'Italia da sola decidesse di finanziare tutti i progetti dell'ONU, ogni italiano dovrebbe rinunciare solamente a tre pizze in un anno. In particolare in Brasile c'è il problema della distribuzione delle terre: pur essendo grande 28 volte più dell'Italia, moltissime persone non hanno una terra da coltivare.
 

8° Comandamento:
NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA

Oggi gran parte degli Stati hanno la distinzione chiara fra i tre poteri che regolano la vita di una nazione: legislativo (che definisce le leggi), esecutivo (che attua le leggi), e giudiziario (che giudica il rispetto delle leggi). Gli Ebrei non conoscevano questa distinzione: il processo – se così si può definire – e la punizione dei malfattori venivano eseguite alla porta della città da parte dagli anziani del popolo o dal re. Si comprende così quale importanza avesse il testimone: la sua parola era praticamente l'unico mezzo per appurare la verità. Un testimone bugiardo, che però nessuno poteva contraddire, significava la perdita dell'onore e della proprietà, e spesso anche della vita, per l'accusato. Non di rado perciò incontriamo nei Salmi la preghiera: "Rendimi giustizia, o Dio". A chi avesse perduto in tribunale, anche se aveva ragione, soltanto Dio poteva ancora venire in aiuto.

DIFENDERE LA CONVIVENZA TRA GLI UOMINI – Lo scopo dell'ottavo comandamento è la difesa della convivenza degli uomini. L'ottavo comandamento proibisce di falsare la verità nella relazione con gli altri, e questo deriva dal fatto che Dio vuole la verità. È contro l'ottavo comandamento anche la menzogna comune, in quanto non favorisce ma anzi impedisce la convivenza civile, ponendo gli uni contro gli altri. Non per nulla Gesù disse: "Il vostro linguaggio sia sì se sì, no se no; il di più viene dal maligno" (Mt 5,37). Il principio fondamentale è dunque questo: "al cristiano non soltanto è vietata la falsità in tribunale, ma anche nei confronti di una persona che abbia diritto alla verità e che alla verità si appella per ritrovare fiducia" (cfr. Otto Hermann Pesch, I dieci comadamenti, Queriniana).

VERITÁ E AMORE – Quando la verità non genera fiducia e pace, ma confusione e turbamento, anche se è certamente vero quello che noi diciamo, non si può dire tutto ciò che è vero. Oggi molti pensano che sia cosa giustissima dire in faccia a una persona cosa si pensa di lei, cosa si accetta o si critica, senza badare al modo con cui lo si dice... La cortesia è una virtù dimenticata. Per la Bibbia invece è da preferire la cortesia, cioè la cura e l'attenzione per la sensibilità dell'altro: l'uomo cortese non è colui che tace, ma colui che sa aspettare il momento giusto per intervenire. Allora anche lui dirà la verità, ma in un modo che edifichi e non che distrugga, che infonda coraggio e non che lasci senza speranza. Le critiche vanno fatte, tant'è che anche Gesù invita alla correzione fraterna, ma con tatto e avendo cura di rispettare l'altra persona. Per questo le critiche vanno sempre fatte direttamente alla persona interessata, non davanti agli altri ma in privato, e al momento opportuno. Le critiche devono essere rispettose e costruttive: si critica l'errore, l'atteggiamento e non la persona, si critica per costruire e non per distruggere. Quando si critica una proposta, occorre sempre pensare a un'alternativa da proporre, perché come dicevano i nostri saggi "non si lascia la casa vecchia senza aver pronta quella nuova, altrimenti si rimane per strada".

IPOCRISIA – Qualcuno potrebbe pensare che mentre si aspetta il momento opportuno, nel frattempo ci si ponga di fronte all'altro con un atteggiamento falso, è l'ipocrisia, cioè il comportarsi in un modo diverso da quello che si è, il dire cose diverse da quelle che si pensano, solo per adulare qualcuno. La cortesia però non ha nulla a che fare con l'ipocrisia. L'ipocrisia finge, il cortese usa riguardo. L'ipocrisia tace all'interessato quello che realmente pensa, ma lo dice agli altri; il cortese, invece, tace con gli altri e quando è giunto il momento dice la verità direttamente all'interessato.

PETTEGOLEZZO E MALDICENZE – Tutti siamo pronti a criticare le pettegole di turno, ma quasi nessuno ammette di essere pettegolo. Noi diciamo sempre la verità, e ci facciamo scudo dietro di essa. Sicuramente però è capitato a tutti di criticare qualcuno con gli amici, di parlare male di un amico alle sue spalle: l'ottavo comandamento ci insegna a benedire sempre l'altro, a dirne bene, a diffondere fiducia e stima verso di lui. Se dobbiamo dirne male, lo diciamo a lui, non agli altri. Magari ciò che diciamo è vero, non stiamo inventando niente, però sembra quasi che il fine sia quello di ci compiacerci di una sofferenza o di una sconfitta capitata all'altro. E questo non è né un gesto di amore né un servizio alla verità. Quando le calunnie sono gravi e pubbliche, e distruggono la reputazione di una persona al punto che nessuno è più disposto a fidarsi di lei si parla di diffamazione.

VERITÁ E CARITÁ – Ci sono occasioni in cui è difficile capire se dire la verità è bene o male. Un conto è la verità che fa male all'orgoglio: al di là dell'umiliazione, assolutamente umana, la verità in questo caso ci fa bene, ci corregge, ci fa un servizio perché ci sprona a migliorare. Diversa invece è questa situazione: a un ammalato si deve sempre dire la verità? Se c'è una speranza di guarigione, dicendo tutta la verità l'ammalato potrebbe anche deprimersi, spaventarsi, e perdere la volontà di vivere, mentre tutti sappiamo quanto siano importanti la speranza e la forza di volontà nel processo di guarigione. D'altra parte però è giusto che l'uomo si prepari con consapevolezza alla propria morte, e non è giusto tenerlo all'oscuro della sua situazione. E allora, cosa fare? Chiaramente non c'è una risposta che vale per tutti i singoli casi. Bisogna valutare caso per caso, tenendo presente che il primato spetta alla carità e non alla verità in sé stessa, anche se ciò non significa che il "fine giustifica il mezzo".
 

9° Comandamento:
NON DESIDERARE LA DONNA D'ALTRI

Questo comandamento promuove la purificazione del cuore e proibisce tutti i desideri che si riferiscono alla sessualità genitale fuori dal matrimonio. Esige la salvaguardia del pudore contro la permissività dei costumi.

FORNICAZIONE – Fuori della logica del dono totale di sé si collocano gravi disordini, quali la fornicazione, la prostituzione, l'adulterio, l'incesto, lo stupro. La fornicazione, oggi largamente accettata dalla cultura permissiva, è il rapporto sessuale tra un uomo e una donna non sposati, e contraddice la naturale apertura a una degna procreazione dei figli e a una stabile comunione di vita, inserita nella Chiesa e nella società. Conoscersi come persone, innamorarsi reciprocamente, consolidare l'amicizia, mettere a fuoco le scelte di fede e i valori fondamentali sono i contenuti principali del fidanzamento, tempo privilegiato di formazione. Non rientra nelle sue finalità quella di provare l'amore con i rapporti prematrimoniali. L'amore non è una tecnica e non va confuso con il desiderio istintivo. Solo un clima di affetto durevole e sicuro rende possibile a libera accoglienza reciproca e la stessa armonia sessuale. D'altra parte la coppia non appartiene solo a sé stessa, ma anche alla società, alla Chiesa e a Cristo. Il legame dei due non è completo, finché non è pubblicamente riconosciuto e consacrato dal sacramento del matrimonio. L'educazione sessuale dei ragazzi, inserita nell'educazione globale all'amore come dono di sé, spetta in primo luogo ai genitori e solo secondariamente la scuola può intervenire in aiuto, rispettando i loro valori e orientamenti.

ALTRI DISORDINI SESSUALI – La prostituzione nega la sessualità come comunicazione di amore reciproco, riducendola a una merce; di fatto implica disprezzo della persona. L'adulterio offende la castità, la fedeltà e la giustizia; denota mancanza di tenerezza e di dialogo nel matrimonio; tradisce le esigenze dell'amore coniugale e distrugge l'armonia della famiglia. L'incesto, rapporto sessuale tra parenti stretti tra i quali non è lecito il matrimonio, incontra la comune riprovazione di quasi tutte le culture; compromette la fiducia e la stabilità delle relazioni familiari, nonché la salute fisica e psichica dei figli che potrebbero essere generati. Lo stupro consiste nel costringere una persona al rapporto sessuale con la violenza, con il timore, con l'inganno o comunque senza il suo consenso consapevole e libero; esso è una ingiusta aggressione contro la persona, la sua dignità e la sua integrità, e va combattuta nelle sue radici culturali e sociali.

L'IMPORTANZA DEL DOMINIO DI SÈ – «Ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio» (1 Ts 4,4-5). La sessualità è capacità di uscire dalla solitudine ed entrare in relazione con l'altro. Come tutte le tendenze, essa va educata: deve essere integrata nell'amore, in modo da promuovere la dignità e l'identità delle persone. Controllo dell'istinto e maturità affettiva consentono di pervenire a un atteggiamento non più possessivo, ma ablativo, cioè alla castità, necessaria sia ai celibi che agli sposati. Per donarsi bisogna prima possedersi. Occorre una disciplina, un apprendimento serio. Se l'ideale appare troppo arduo, bisogna guardarsi dalla tentazione di negarlo e di fare della propria debolezza spirituale il criterio della moralità. Purtroppo molti giovani perdono la fede, perché non riescono ad essere casti. Accettare i propri limiti, essere umili, pregare con perseveranza e invocare la grazia di Dio è la base della vita cristiana.
 

10° Comandamento:
NON DESIDERARE LA ROBA D'ALTRI

Come per il nono comandamento, il significato è contenuto nel verbo "desiderare", esteso alle cose; ciò che il decimo comandamento vuole condannare è l'istinto al potere, al possesso, al dominio e al successo. Questo non significa che il desiderio di accrescere il proprio patrimonio e di raggiungere una migliore posizione sociale sia contrario del decimo comandamento. Per gli Ebrei la terra appartiene a Dio. E Dio che ne fa dono agli uomini in modo libero e gratuito, che non dipende da diritti o meriti di Israele. Il dono della terra, dei beni, delle ricchezze, ma anche quella delle capacità, non serve per arricchire il singolo uomo, ma per arricchire l'umanità intera. Le cose, nella prospettiva di Dio, sono un dono, e il dono come tale costruisce relazioni. Per noi invece sono diventate un possesso, che al contrario del dono ci separa dagli altri.

SERVIRE DIO ANCHE CON LE RICCHEZZE – Lavorare la terra significa servire Dio: il lavoro diventa maledizione e alienazione quando l'uomo si dimentica di ciò. Il capitolo 8 del libro del Deuteronomio afferma che il peccato consiste nel ritenere il benessere economico come opera dell'uomo e non come dono di Dio. Quindi la prima cosa che dobbiamo imparare è svolgere il nostro lavoro e i nostri compiti come un servizio agli altri e non solo come un dovere, un mestiere, un modo per guadagnare soldi. Spesso sul lavoro si prova invidia: perché gli altri guadagnano di più o hanno una posizione più prestigiosa, perché hanno fatto carriera. Il desiderio di stare meglio non è sbagliato. L'invidia però è un'altra cosa: è il disappunto per la preferenza data agli altri in modo secondo noi ingiusto, oppure il desiderio di cambiare la situazione in modo che gli altri diventino poveri ed io abbia tanta ricchezza. L'invidioso disprezza la persona che invidia e ne parla male, non gli riconosce alcun valore e alcuna capacità. Che cosa ha a che fare con Dio questo comandamento? Dal momento che per la Bibbia "la Terra è di Dio", diventa chiaro perché un pensiero avido possa essere peccato, perché questo desiderio contesta a Dio il suo ruolo di unico essere che abbia un diritto incondizionato sul nostro cuore e sulle cose. Il Vangelo di Luca (12, 13-21) condanna quel tale che ha accumulato le sue ricchezze nei magazzini: "Stolto! Questa notte stessa dovrà morire". ll brano finisce con queste parole: "Così accade a chi accumula ricchezze per sé e non si a davanti a sé e non si arricchisce davanti a Dio".